Le domande che ogni insegnante si fa prima di iniziare il proprio lavoro in classe sono come mantenere alto il livello attenzione durante la lezione, come far si che la motivazione allo studio rimanga alta o cresca nel corso degli anni di studio e come rendere il proprio metodo d’insegnamento efficace rendendo così possibile a tutti i bambini e ragazzi, sempre diversi tra loro, un corretto apprendimento. Come si può rispondere a queste domande? Qual è il modo migliore per avere una didattica efficace?

Nella didattica tradizionale la metodologia più diffusa ed utilizzata nelle classi è la “lezione frontale”, in cui l’insegnante “solo” di fronte alla classe, trasmette contenuto didattico basato sulle sue conoscenze e sulla sua capacità di farsi comprendere e di suscitare interesse. Questa metodologia però, nel corso degli anni, si è dimostrata la più inefficace, a causa della passività dei destinatari delle informazioni che fungono da contenitori e non hanno una reale possibilità di contribuire alla creazione di un proprio schema d’apprendimento o dall’ impossibilità che questo metodo di differenziare in base al bambino o ragazzo e alle sue difficoltà specifiche di apprendimento. Il famoso pedagogista Daniele Novara afferma che “Mille ragioni psicoevolutive e neurocerebrali ci dimostrano che apprendere dalla lezione frontale è molto difficile, per non dire impossibile”, e la scuola italiana “è ingabbiata nella didattica della “risposta esatta””, con quiz e test a crocette che “sviliscono le capacità di apprendimento di ragazzi”.

Dicendo questo non voglio dire che la lezione frontale sia da sopprimere, anzi. Semplicemente i vari studi pedagogici e psicologici di questi ultimi anni hanno dimostrato che è sufficiente inglobarli in una didattica più ampia, che comprende differenti tipi di “fare lezione”. E quali sono questi tipi diversi di lezione? O meglio, come rendere la lezione “diversa”? La risposta a queste domande è controversa e richiederebbe ben più di poche e semplici righe. Mi limito qui a riportare alcuni punti delineati dal Dottor Novara:

1) impostare una situazione stimolo aperta, che generi problemi e domande maieutiche. Significa attivare e creare un momento di impatto e di sorpresa. Qualcosa che favorisca anche un decentramento, e l’incontro con l’inedito. È il meccanismo della motivazione estrinseca che però questa volta, invece di essere impostato classicamente sulla punizione o la gratificazione, funziona come stimolo. Ti attivo, ti coinvolgo, ti sorprendo, ti muovo.

2) Proporre e costruire esperienze. Il ruolo del docente è quello di progettare un ambiente e delle situazioni di lavoro, non di sostituirsi allo studente nel percorso. L’obiettivo è l’azione: incontri, sperimentazioni, laboratori, percorsi, ricerche, confronti sono alla base di questa impostazione didattica, e il mezzo è il gruppo dentro al quale il percorso esperienziale si arricchisce delle risorse e delle potenzialità, come anche dell’esperienza del limite, di ciascuno.

3) Attivare riconnessioni e scoperte. È la fase del debriefing. Dopo che l’esperienza è stata fatta occorre un lavoro in cui si cerca di capire, di riconnettersi a ciò che già si conosce, verificare ciò che è stato scoperto. È la fase della rielaborazione attiva del materiale che comporta anche il processo di memorizzazione, riproposizione e infine archiviazione di ciò che si è imparato.

4) L’ultimo step del processo riguarda le ricadute operative e le esercitazioni. È l’operatività, la possibilità di riutilizzare in contesti e momenti diversi quello che si è appreso che garantisce l’aver imparato.

Dott.ssa Alessia Ingrami